Quali sono gli errori più comuni nella scrittura creativa? E soprattutto, possiamo davvero parlare di errori quando si scrive narrativa? La scrittura creativa non è un testo scolastico o una tesi universitaria, motivo per cui non esistono regole ferree da rispettare senza le quali siamo perdute; al tempo stesso, però, ci sono alcuni principi che la maggior parte delle volte possono aiutarci a rendere i nostri testi solidi e a fare la differenza tra ciò che scriviamo per noi, per il nostro puro piacere, e ciò che scriviamo per gli altri, affinché sia possibile fruirne e goderne al meglio.
Proviamo insieme a vedere alcuni di questi principi, quelli che ti permettono subito di prendere la direzione più efficace per rendere i tuoi testi più solidi e coinvolgenti, senza dover percorrere sentieri tortuosi e complessi prima di arrivare a destinazione.
In questo articolo troverai:
- Spiegare invece di mostrare
- Aggiungere troppo al testo
- Scrivere in modo generico e astratto
- Sovraccaricare il testo di metafore e immagini
- Usare il poetese
- Costruire personaggi immobili
- Non dare lo spazio giusto alla storia
- Non avere consapevolezza
- Pensare che l’editing non sia necessario
- Credere che sia una questione personale
Spiegare invece di mostrare
Quando iniziamo a scrivere, di solito, una delle prime cose che ci spinge a farlo è voler mettere su carta le nostre emozioni e i nostri pensieri. Spesso, questo ci porta a privilegiare la nostra interiorità invece di dare spazio alla storia e ai personaggi, in una sorta di flusso di coscienza pieno di riflessioni astratte, che hanno senso e significato per noi ma meno per chi ci leggerà. La scrittura creativa e narrativa significa prima di tutto costruire scene e mettere in azione personaggi, mentre spesso i nostri personaggi pensano e non fanno mai nulla. Dovremmo invece ribaltare l’equazione: mostrare, non spiegare. Paradossalmente, nella scrittura, un gesto vale molto più delle parole.
Aggiungere troppo al testo
Nelle scuole di scrittura si dice: “less is more”, di meno vale di più. Se hai un dubbio, meglio togliere: asciughiamo, snelliamo, riduciamo. La maggior parte delle volte tendiamo a scrivere più del dovuto, un po’ per sfiducia nelle nostre capacità di far arrivare idee ed emozioni, un po’ per sfiducia in chi ci leggerà. Bisogna avere fiducia, invece: se costruiamo la scena con cura, parlerà da sola. Togliamo il superfluo, facciamo brillare ciò che davvero conta. Lasciamo spazio ai diamanti e leviamo tutta la bigiotteria. Se sorge un dubbio, tagliare è la risposta. Funziona (quasi) sempre.
Scrivere in modo generico e astratto
Scriviamo descrizioni piene di aggettivi, ma sono quasi sempre aggettivi che etichettano senza mostrare davvero. Se diciamo fiore o diciamo geranio, non è la stessa cosa, così come non è la stessa cosa descrivere un odore come aromatico o raccontare che sa di rosmarino e fumo di brace. Spesso scriviamo muovendoci nella genericità, nell’astrazione, nella vaghezza: nella nebbia, insomma, che non ci permette né di vedere, né di percepire e – di conseguenza – ci impedisce di immedesimarci nella scena e di identificarci nei nostri personaggi.
Sovraccaricare il testo di metafore e immagini
Capita, all’inizio, che ci sembri una buona idea infarcire il testo di immagini, figure retoriche, temi – come se fosse un tacchino. Ma il linguaggio metaforico va selezionato con cura e attenzione: serve un lavoro di focalizzazione, seguendo la bussola della storia. Non dobbiamo scrivere una determinata immagine perché “ci piace”, perché “è carina” o perché vogliamo far vedere quanto siamo brave a scrivere, ma perché serve all’insieme.
Usare il poetese
Scrivere bene non significa scrivere come Leopardi, Pascoli e Verga. Scrivere bene non significa scrivere come nel 1800. Per quanto i nostri maestri siano stati fondamentali noi scriviamo qui, oggi, ed è giusto scrivere con la nostra lingua, con il nostro ritmo. Questo non significa per forza impoverire il linguaggio, ma nemmeno aderire a una lingua che ci è estranea e che rende di conseguenza il testo meno nostro, lontano anni luce da chi siamo e da ciò che vogliamo comunicare. Una frase come “Varcò la soglia suggendo dall’aria un leggiadro profumo di primavera” non è sbagliata, ma ci appartiene davvero?
Costruire personaggi immobili
I personaggi non cambiano, non c’è evoluzione né epifania. La storia inizia, prosegue e si conclude ma non è cambiato nulla dentro di loro. Le storie sono quasi sempre evoluzione, cambiamento: domandiamoci: quale percorso farà il mio personaggio? Come verrà trasformato dalla narrazione?
Non dare lo spazio giusto alla storia
Capita, molte volte, di scegliere una storia che ha bisogno di più spazio rispetto a quello del racconto e così finiamo per riassumerla invece di raccontarla; viceversa, stiracchiamo una storia che starebbe bene in uno spazio breve solo perché ci siamo messe in testa di scrivere un romanzo fiume. Chiediamoci sempre: la mia storia sta bene nella stanza di un adorabile bed and breakfast o in una villa ottocentesca? Di quanto spazio ha bisogno?
Non avere consapevolezza
La maggior parte delle volte, tutto si riduce a una questione di consapevolezza: la prima stesura spesso arriva di getto, ed è giusto che sia così; poi però è essenziale una fase di revisione per rendere ciò che abbiamo scritto davvero efficace; questa fase si accompagna sempre a un processo di presa di coscienza, oltre che a moltissime domande. Quali sono i punti di svolta della storia? Cosa desidera il mio personaggio? Il dialogo porta avanti la storia? Qual è il punto di vista migliore per raccontarla? L’incipit è efficace, cattura chi legge? Questa metafora è superflua? Posso fare a meno di questo paragrafo? La scrittura è un grande allenamento alla presenza e al fare scelte consapevoli, senza per questo dimenticarci che la prima stesura è e deve restare una scoperta.
Pensare che l’editing non sia necessario
Una delle convinzioni più errate che ci portiamo dietro è che la scrittura debba essere (o sia) perfetta al primo colpo. Buona la prima, insomma, e tutto il resto è noia. In realtà, scrivere è al 90% riscrivere e la riscrittura è spesso un processo lungo, che richiede una presa di distanza dal testo e che molte volte ha bisogno di uno sguardo esterno per poter davvero capire cosa funziona e cosa non funziona. Non a caso esistono gli editor, che quello sguardo esterno lo offrono di mestiere anche a chi scrive per professione.
Credere che sia una questione personale
Scrivendo mettiamo sempre un pezzo di noi nelle nostre pagine, è naturale e inevitabile. Prendiamo spunto dalle nostre vite, le reimmaginiamo, rielaboriamo traumi e paure. Al tempo stesso, però, se decidiamo di fare della nostra scrittura una scrittura che è per gli altri, che desidera raggiungere gli altri, dobbiamo liberarci di un malinteso: la storia che stiamo scrivendo non siamo noi, non del tutto. E per renderla il più possibile solida ed efficace dobbiamo prendere le distanze, comprendere che a volte la scelta migliore è quella di lasciare andare, di rinunciare a un’idea, a un’immagine, a un personaggio, a un paragrafo. Ciò che scriviamo nasce da noi, ma non siamo noi: ricordiamocelo sempre.
Raccontami nei commenti, quali di questi errori hai già fatto? Quali principi ti hanno aiutata?
La scintilla in più
Imparare a scrivere non significa evitare gli errori a tutti i costi, ma sviluppare uno sguardo sempre più consapevole sul proprio testo. La scrittura creativa è un processo fatto di tentativi, revisioni e ascolto della propria voce.
Se vuoi approfondire puoi iscriverti alla mia newsletter “Fiori e frutti” in cui ogni mese condivido le mie riflessioni su scrittura e gesto creativo. Se senti il bisogno di acquisire strumenti e di arricchire la tua cassetta degli attrezzi puoi esplorare i Semi, i miei percorsi online; infine, se desideri un supporto nella scrittura narrativa, nella revisione del testo o nell’editing ti consiglio di dare un’occhiata alla pagina delle mie consulenze individuali, le Orchidee, percorsi pensati proprio per accompagnarti passo a passo nella scrittura e offrirti uno sguardo esterno su ciò che stai scrivendo.




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